"Me ne stavo lì, a terra. Con un fiotto di sangue che si riversava su quel freddo e desolato marciapiede. Stavo crepando. Lo sapevo e non potevo farci niente, se non aspettare la morte..."



(da “L’inferno” di Sam Stoner)



lunedì 17 gennaio 2011

Il padre e lo straniero al Festival del Cinema di Roma


Da sinistra, Amr Waked, Kseniya Rappoport, Ricky Tognazzi

Coppia d’eccellenza, Tognazzi-Gassman per Il padre e lo straniero presentato fuori concorso al Festival del Cinema di Roma. Naturalmente si tratta dei figli, Ricky Tognazzi dietro la macchina da presa e Alessandro Gassman davanti l’obiettivo. Film complesso che nasce dall’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo. Questa volta Simona Izzo, insieme allo scrittore, ha curato la sceneggiatura.
La storia: Diego, impiegato ministeriale, è padre di un bambino disabile. Nell'istituto dove suo figlio è seguito, incontra Walid, elegante mediorientale che porta lì il suoYusuf. Tra i due padri nasce un'amicizia, un giuramento di lealtà reciproca. Walid non parla mai della sua vita, ma rivela a Diego una Roma sconosciuta e segreta, risvegliando in lui desideri sopiti di felicità. Finché non scompare. Al suo posto appare un agente dei servizi segreti, che è proprio sulle tracce di Walid. E Diego è una delle tracce. La progressiva scoperta della verità sulla vita di Walid sconvolgerà la vita di Diego, costringendolo infine a una difficilissima scelta, tra la fedeltà alle leggi dello stato e la fedeltà a qualcosa che non ha forse nome, ma che ha il suo fondamento proprio nell'essere un padre. Dopo Ultrà, La scorta e Canone inverso, un’altra storia in cui l’amicizia maschile è il motore della vicenda, e chiave di volta per risolvere i problemi esistenziali del protagonista. “Il nostro è un film - dice il regista - con un messaggio di pace, che racconta come il dolore condiviso possa davvero unire due persone e che tenta di riflettere sul pregiudizio di cosa si considera normale e cosa diverso: alla fine, credo sia palese, la diversità non può essere intesa altrimenti se non come motivo di crescita." Infatti nel film la parola “diverso” o “normale” acquista un significato di volta in volta diverso. Diverso è Walid, imprevedibile e trascinante. Diversi sono i figli di Diego e Walid. Diversa è la realtà che Diego vorrebbe vivere. Ma questo messaggio sembra un po’ perdersi nel corso della narrazione cinematografica di un film che di certo si può definire ambizioso. Del resto, la trasposizione cinematografica dell’omonimo romanzo di Giancarlo De Cataldo presentava da subito evidenti
difficoltà. Il romanzo tratta numerosi temi, troppi. E le centoquarantuno pagine non sono sufficienti a sviscerarli tutti. Figuriamoci in una riduzione cinematografica. Ma il pericolo di realizzare un film confuso, come appunto è accaduto, si sarebbe potuto evitare decidendo in sede di sceneggiatura di privilegiare un tema piuttosto che un altro. Purtroppo Simona Izzo e lo stesso De Cataldo, sceneggiatori della pellicola, hanno deciso di ficcarci dentro tutto: l’amicizia, la differenza e diffidenza culturale, la spy story, la storia d’amore, il problema della disabilità.
Temi importanti, ma che proprio perché così rilevanti hanno bisogno di un adeguato spazio per poter essere trattati come meritano. Spazio che in centodieci minuti è impossibile trovare. Non a caso, al termine della proiezione al Festival del Cinema di Roma non si sono sentiti applausi. Pareri discordi, invece, sulla performance dei protagonisti. Per alcuni sottotono travolta dalla confusione della storia, per altri, invece, unico elemento positivo ma insufficiente a salvare la mancanza di lucidità della sceneggiatura e i molti punti deboli della narrazione e dei dialoghi.
Una nota sul backstage. Parte delle riprese sono state girate all’Eur all’interno del Palazzo degli Uffici e negli esterni del Salone delle Fontane. Inconfondibili gli ambienti dell’ufficio di Diego (Alessandro Gassman), oltre che per il panorama offerto dal Parco del Ninfeo anche per una serie di particolari d’interni d’epoca. Il Palazzo degli Uffici, infatti, è il solo edificio del complesso architettonico dell’Eur completamente finito (dagli arredi alle maniglie agli infissi) con materiali e complementi d’interni del ’42.

© 2010 by Sam Stoner

Pubblicato sul periodico Eur la città nella città n° 5 -2010